Stalking: tra amici non è reato

Nel 2009 il nostro ordinamento ha riconosciuto autonomia ad una figura di reato (art. 612 bis “atti persecutori”) che fino ad allora veniva ricondotta ad altri delitti, con il fine di garantire una più ampia tutela alla vita privata e familiare delle vittime, spesso sconvolta da condotte illecite caratterizzate da maggiore gravità.

Più di recente, la Corte di Cassazione penale (sentenza n. 36621/2019) è tornata sul tema, chiarendo il significato di “atti persecutori”.

Secondo la Corte, l’autore del reato può essere chiunque, anche se – nella maggior parte dei casi –oppressore e vittima sono legati da un rapporto di natura affettiva o sentimentale.

Il comportamento dello stalker si manifesta attraverso condotte persecutorie reiterate nel tempo, consistenti in minacce o molestie tali da provocare un danno per chi le subisce.

Ciò che il legislatore intende tutelare è: in primo luogo, la libertà morale della persona offesa, ovverosia la libertà di prendere decisioni in modo autonomo e, in secondo luogo, la riservatezza e la salute della vittima, da intendersi come “equilibrio psicologico e serenità della stessa”.

Quanto alle prove da esibire in sede giudiziaria per dimostrare il turbamento psicologico subito, assumono importanza sia le dichiarazioni della vittima che i comportamenti (dell’agente, ma anche della vittima stessa) conseguenti e  successivi alla condotta persecutoria.

Per la configurabilità dell’art. 612 bis è necessario il verificarsi di effetti quali:

  • perdurante e grave stato d’ansia o di paura
  • fondato timore per l’incolumità propria, di un prossimo congiunto o di persona legata da relazione affettiva
  • alterazione delle proprie abitudini di vita

In ogni caso, l’effetto destabilizzante deve risultare in modo oggettivo e non rimanere confinato nella mera percezione soggettiva della vittima del reato.

Il caso

Di conseguenza – ribadisce la Corte – “un contesto amicale” come quello riconducibile al caso che ha dato vita alla pronuncia, “mal si concilia con il reato di stalking”. Dall’analisi delle conversazioni, infatti, emerge la disponibilità della vittima a mantenere i contatti con il molestatore, purché al di fuori di una relazione percepita come morbosa. A conferma di ciò, il tono confidenziale delle chiamate e la rivelazione di dettagli inerenti alla sfera personale rappresentano un chiaro segno di una “comune progettualità tra le parti”, incapace pertanto di produrre gli effetti destabilizzanti indicati dall’art. 612 bis.

 

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